Mi ritrovo
a scrivere sui primi trent’anni di scultura di Enrico Sala e mi accorgo che,
quando lui iniziò a fare lo scultore, io non ero ancora nata. Per la verità,
ho incontrato Enrico per la prima volta nel suo atelier di Salorino che non
avevo ancora vent’anni. Bohémienne e senza regole: così immaginavo che
fosse, a quell’età, l’Arte. Mi sbagliavo. È stato lui, Enrico, ad insegnarmi
che l’Arte, per essere realizzata e compiuta, richiede anni di studio e di
lavoro. E naturalmente, anche qualche regola. Gli ho chiesto almeno mille
volte di raccontarmi la sua storia del suo studio, del suo lavoro e di
svelarmi le buone regole.
Da dove
vuoi che cominci ? Forse mi conviene partire dall’Accademia di Brera.
Arrivai alla scultura dopo due anni di pittura. La pittura, infatti, non mi
entusiasmava, mi sembrava insignificante, troppo - come dire ? - “piatta”.
Dopo Brera accantonai la scultura per fare il docente di educazione
artistica. Il “richiamo della materia”, per così dire, si fece sentire solo
dopo qualche anno più tardi. Trovandomi, per caso, di fronte ad alcuni
blocchi di marmo di Peccia, provai un’emozione tale da rendermi conto che la
vita non poteva essere l’insegnamento, bensì la lavorazione della pietra.
All’inizio approfittai della libertà che la scuola mi dava nei mesi estivi
per lavorare la pietra nella cava di Salorino - la stessa in cui avevano già
lavorato mio padre e mio nonno, pensa ! In quei primi anni ricavavo la
materia e le tecniche di lavorazione. Solo dopo aver completato gli studi di
Arts plastiques all’Università di Parigi abbandonai le forme astratte per
dedicarmi a tematiche più mirate, con lo scopo di dare un senso al mio
lavoro. LA figura umana nacque solo all’inizio degli anni Novanta. Da allora
non l’ho più abbandonata, e mi sono concentrato soprattutto sulla figura
umana femminile.
All’inizio
la donna sola, poi in coppia con il suo compagno, in seguito inserita in un
contesto familiare, per giungere alla donna-genitrice, la madre, emblema
della vita. Figure scolpite nel marmo e nella pietra; figure variopinte, a
seconda del luogo di provenienza dei materiali: dall’azzurro cielo
dell’Argentina, al giallo della Tailandia, al verde della fluorite birmana;
per giungere, più vicino a noi, al bianco di Carrara, al rosso di Arzo e al
nero di Salorino.
Dopo i suoi
primi trent’anni di scultura, Enrico Sala si definisce un uomo di fatica, un
operaio instancabile, benché lavorare la pietra richieda un grande impegno
fisico e una costante attenzione intellettuale. È infatti lei, la pietra, a
farla da padrone; è lei che stabilisce le regole, che impone una scultura
piuttosto che un’altra, un metodo di lavorazione piuttosto che un altro.
Lui non
demorde. Noi, intanto, gustiamoci questi suoi primi trent’anni di scultura.
Per gli altri, c’è ancora tempo.
Cristiana Spinedi
Impressioni
Incontro per la
prima volta Enrico in un tardo pomeriggio di settembre nel suo atelier di
Salorino. L’aria è dolce, il crepuscolo induce alla riflessione e la
bellezza mi accoglie non appena varco la soglia del suo “laboratorio” di
marmi. Una bellezza che giunge da lontano, dal ritmo dei blocchi nervosi e
frastagliati, lavorati dall’acqua, dal sole e dal vento. E lui, l’artista,
cogliendone il senso più profondo, ne scava e plasma l’anima modellando
figure sinuose, armoniose, pacificanti; una rotondità che richiama alla mia
mente l’eterno femminino. Striature di colore, luccicanti come la fluorite,
calde come il giallo di Siena, appena velate d’azzurro, lattiginose o
maculate, impreziosite dalla conchiglia cava ma resistente, rilevano nelle
mani dure, callose di passione e gentili nel tocco, la luce imprigionata in
epoche remote. Le forme piene viste in atteggiamenti affettuosi o solitarie
e pensose, o anche colte nel riposo, hanno tutte un equilibrio che le lega
al suolo e nel contempo una sorta di concentrazione verticale. Una stessa
idea sviluppata in molti e differenti punti di vista dà continuità alle
figure scolpite, esse vivono nello spazio e lo spazio vive in loro in un
crescendo simmetrico. Abbandono questo luogo carico di immagini, vorrei
isolarne una e penetrarne il mistero. Ma, forse, è meglio lasciare
all’artefice di tanto stupore il privilegio di conoscere i modi e i tempi
per estrinsecare dai tracciati tortuosi, con la complicità dell’esperienza e
della forza fisica e morale, l’amore per la materia. A me rimangono queste
impressioni.
Non è poco !
Graziella Monti
Lo
sguardo silenzioso e senza tempo sul mondo
Accetto con piacere di sostituire Francesca
Chiara Cassani nel ruolo di presentazione di questo appuntamento annuale,
con il quale Enrico Sala ci apre le porte della sua bella galleria e
c’invita ad entrare.
Un gesto apparentemente usuale quello di
invitare qualcuno per una visita. Ma, a ben vedere, per Enrico Sala non è
così scontato, credo, perché coloro che lo conoscono sanno quanto egli sia
geloso del suo lavoro; sanno che nessuno può entrare nel suo studio mentre
lavora. Benché chiamata a presentare questa esposizione, nemmeno io ho
potuto vederla se non quando tutto era pronto, sistemato con meticolosa
cura.
Questo fatto penso sia indice di quanto il
rapporto tra l’artista e la sua opera sia assolutamente esclusivo, nel senso
che esclude qualsiasi interferenza che possa in qualche modo distrarre o
deviare o perfino offuscare quel sottile e delicatissimo processo che parte
dall’idea e dal sentito dell’artista e che si concretizza nell’opera. Questo
rapporto privilegiato che Enrico Sala mantiene con le sue opere è
inviolabile, inscalfibile, tant’è vero che egli lo pietrifica letteralmente,
lo racchiude nella pietra, nel marmo.
In principio, dunque, vi è unicamente lo
sguardo dell’artista sull’opera. Non c’è marmo o fluorite o granito che non
sia duttile sotto questo sguardo ineffabile e implacabile. Così come non c’è
idea o volontà o sguardo dell’artista che non si pieghi e resista alla forza
dell’opera che va plasmandosi e vivificandosi nella materia.
Ecco che questo filo diretto, viscerale e
biunivoco tra l’artista e la sua opera si attualizza in una dimensione di
riservatezza, di intimità, in un tempo che non è il tempo che scorre
frenetico sulle strade, da un appuntamento all’altro. No, non si chieda ad
un artista quanto tempo abbia impiegato a scolpire un marmo o a dipingere un
quadro: difficilmente egli saprà rispondere. Qui, il tempo in gioco non è
quello dell’orologio ma il tempo interiore, intrinseco al proprio essere e
alla materia stessa. Questo tempo è, per così dire, una pausa, una parentesi,
una sospensione e ciò che accade prende corpo in un interstizio, in
un’intercapedine, o meglio, in un tempo e in uno spazio che non si possono
dire o raccontare, ma solamente intuire giacché sono le dimensioni
ineffabili dell’arte.
Ecco il motivo per cui verosimilmente questo
processo non ammette intrusioni e non può tollerare sguardi estranei; ecco
perché non si può entrare nello studio di Enrico Sala mentre egli lavora,
mentre il processo artistico è ancora in atto.
È solamente dopo, quando tale processo si è
compiuto, quando lo sguardo dell’artista si è esaurito in quanto sguardo e
si è trasferito, racchiuso, incarnato nell’opera, solamente allora la
scultura di Enrico Sala è pronta a darsi anche allo sguardo altrui.
Solamente allora l’artista ci apre le porte di questa sua galleria e
c’invita ad entrare.
E che cosa vediamo? Cosa vede lo sguardo
altrui? Azzardo una possibile interpretazione tra le molte: una storia tra
le innumerevoli storie che possono scaturire annodando tra loro alcuni
elementi.
Vediamo anzitutto dei blocchi di pietra
sagomati a figura umana. Figure solitarie, a volte in coppia; raramente le
presenze sono numerose. Enrico Sala predilige la riduzione: piccoli numeri,
spesso anche piccoli formati, dove la protagonista è la donna che si
ripropone continuamente. Una donna senza volto, sempre uguale a se stessa
eppure sempre diversa, nel ruolo di madre o di moglie o di compagna. Questa
donna sembra essere costantemente al suo posto: sia essa prostrata e
affranta, serena e giocosa oppure amorevole e impassibile.
Con il suo peregrinare instancabile tra il
mondo del benessere economico e quello dell’indigenza, tra il mondo
dell’opulenza, del frastuono e della noia e il mondo che non ha acqua,
scuole, ospedali…, Enrico Sala vive il dramma di una lacerazione profonda
tra due mondi agli antipodi e incontra moltissime donne e ancor più bambini
che gli corrono in braccio. La risposta dell’artista a quest’esperienza,
credo, sia la continua e ostinata celebrazione del nucleo familiare quale
punto fermo, di ancoraggio per tentare di riannodare i legami umani in
mondi alla deriva, ciascuno a proprio modo.
L’autrice del testo d’invito all’esposizione
ha parlato dell’amore di Enrico Sala per la scultura e per la condizione
umana, io aggiungerei anche la passione, rievocando il pathos che implica
anche il patire. Leggo l’atteggiamento di Enrico Sala nei confronti sia
della sua scultura sia della sua esperienza umanitaria come un
coinvolgimento totale in una sorta di «patire insieme a» che è anche «gioire
insieme a» e «lavorare insieme a e a favore di», attraverso una sintesi
emozionale e razionale.
Le sue marmoree donne, silenti, pudiche,
chiuse sul proprio mistero stillano la sacralità del principio femminino;
quel principio generatore della condizione umana, mondana, che Enrico Sala
ha interiorizzato attraverso anni di lavoro umanitario e artistico e che ha
tradotto in un coerente sguardo di uomo-artista partendo dalla molteplicità
di prospettiva che la materia gli offre. Già, perché ogni pietra, ogni sua
venatura, iridescenza o trasparenza rappresenta un racconto, un frammento di
esperienza che egli raccoglie, elabora, carica di senso e riconsegna,
rimettendola nel circolo ermeneutico.
L’opera d’arte è il risultato del rapporto
artista-materia giunto a compimento. Un processo che si chiude dunque ma,
nel contempo, si riapre allorquando l’opera comincia a vivere di sé, della
sua compiutezza e rivive nello sguardo di tutti noi, nello sguardo
dell’altro. Ecco perché le donne di Enrico Sala sono qui a parlarci, sì,
dell’uomo-artista che le ha pensate, scalfite e levigate, ma sono anche il
riverbero di una condizione sulla quale è bene che ognuno di noi, a sua
volta e in prima persona, indugi a riflettere.
Il pregio che colgo in queste mute presenze è
che danno forma e immortalano ciò che per noi è quotidianamente
inafferrabile e inarrestabile: uno sguardo silenzioso e senza tempo sul
mondo.